Solitamente all’estero, quando si vuole uscire a pranzo o cena, si usa dire “andiamo al ristorante”. In Italia, invece, i termini per riferirsi agli esercizi pubblici in cui viene prodotto e consumato il cibo sono più di uno. 

C’è il Ristorante, ovviamente, ma ci sono anche le Osterie, le Trattorie, le Taverne e tante altre tipologie di locali dove si può condividere un pasto.
A dire il vero questi tre termini non identificano luoghi molto differenti. Nelle osterie, storicamente, veniva prevalentemente servito il vino e, solo in alcuni casi, degli spuntini freddi o dei piatti caldi della tradizione gastronomica popolare, semplici e famigliari. La Trattoria - termine maggiormente usato all’estero per indicare i ristoranti di cucina italiana -  era specializzata principalmente nella vendita e consumazione dei pasti - il suo nome deriva dal termine francese traiteur, “approvigionatore”, derivato da traiter, "trattare, preparare” -. La Taverna è sempre stata ambivalente, puntando, a volte maggiormente sulla vendita di bevande - come l'osteria - altre volte del mangiare - come la trattoria; quello che la differenzia da entrambe è l'arredamento più semplice e rustico. 

Come ci dice Wikipedia: Il termine "osteria" viene dall'antico francese oste, ostesse (secoli XII e XIII) che a sua volta deriva dal latino hospite(m). Una delle prime attestazioni del termine hostaria si trova nei capitolari della magistratura della Venezia del XIII secolo. L'etimologia della denominazione attuale richiama la funzione del luogo che è appunto quella dell'ospitalità.

Le osterie, infatti, sorsero come punti di ristoro, di incontro tra cittadini e intellettuali e di aggregazione e dibattito sociale. Erano situate principalmente nei luoghi di passaggio o in quelli destinati al commercio, come le strade, gli incroci, le piazze e i mercati. 
Già nel Trecento a Bologna si contavano ben 150 osterie, in una delle quali è ancora possibile entrare e respirare l’atmosfera informale, genuina ed autentica: l’Osteria del Sole (1465), ancora oggi, serve solo da bere e permette di portarsi il cibo da casa.

L'osteria e la figura dell'oste sono presenti in vari testi letterari internazionali.
Nel Decameron di Giovanni Boccaccio l'osteria è menzionata in alcune novelle come ad esempio in quella di frate Cipolla, nella prima parte del Don Chisciotte di Miguel Cervantes, il protagonista scambia un'umile osteria per un castello e l'oste per un castellano, nei Promessi sposi di Alessandro Manzoni, Renzo passa varie vicissitudini in alcune osterie, che sono luoghi di snodo delle vicende del romanzo. Fondamentali, per la conoscenza degli ambienti e dei personaggi, sono le soste nelle locande nel romanzo Il circolo Pickwick di Charles Dickens, il quale presenta questi ambienti anche in Oliver Twist e David Copperfield. Ne I Miserabili, Victor Hugo descrive le osterie del sobborgo parigino Saint-Antoine della prima metà dell'Ottocento, come ”un serbatoio di popolo".
L’elenco potrebbe continuare, pensate solo al fatto che esiste persino il gioco delle osterie, una variante del famoso gioco dell'oca. 

Rimane solo una domanda: Cosa definisce la differenza netta fra un’osteria (o una Trattoria, o una Taverna) e un ristorante? Di sicuro, non solo il prezzo o la celebrità del cuoco.

Sicuramente il fatto che la tavola di un’osteria sia anche un luogo di socializzazione, in fondo in osteria ci si andava per fare quattro chiacchiere intorno ad un bicchiere di vino, sui tavolacci in legno massello, che ancora oggi rimangono ben piantati nell’immaginario comune.

Poi c’è il rapporto con il contesto: un’osteria parla dentro i confini di una determinata area geografica. Gli edifici, spesso poveri e dimessi, assumevano importanza in base al luogo dove sorgevano e alla vita che vi si alimentava, la relazione con il territorio e i suoi prodotti non è una variabile di poco conto. 

Cesarine rappresenta l’Osteria 2.0 

Pranzi e cene 2.0 a casa delle Cesarine